LA PENNICHELLA

pennichella momento sacro

Puoi chiamarla pennichella, o riposino, o pisolino, siesta, o magari sunnariello, in napoletano, ma il suo effetto ristoratore e compensatorio nessuno glielo toglie…

È un rito. Scusatemi, ma non voglio definirlo ‘abitudine’: mi sembra un termine ingiustamente riduttivo. Dunque, dicevo, è un rito puramente mediterraneo, infatti lo si ritrova in tutti quei paesi che sono bagnati da questo mare nostrum, benedetto, salato, rigeneratore. E gli individui che nascono, crescono, vivono sotto l’influsso di questo sano rituale, possono anche espatriare, vivere la maggior parte della loro vita altrove (come me), sotto altro cielo, bagnati da altro mare, o sulla cima di altre montagne, ma difficilmente rinunciano a questo momento intimo della loro giornata, e se lo fanno non è mai per volontà propria, ma in forza degli eventi. Che è un’influenza mediterranea lo si può constatare anche dal fatto che, ad esempio, gli italiani del nord non sono legati a questo rito, così come i francesi normandi o gli spagnoli cantabrici, mentre gli spagnoli andalusi o catalani e i francesi du midi, quelli sì che se la fanno la loro sana siesta.

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Si può constatare che dove questo rito é praticato, tutto si ferma fra l’una e le tre del pomeriggio: i negozi chiudono, gli uffici non funzionano e perfino gli impiegati delle banche, ad esempio a Napoli, si possono godere due o addirittura tre ore di intervallo. Cosa che non avviene a Milano o a Torino.
Anche il tipo, la metodologia, è personale e intrasferibile, nel senso che ognuno la sua pennichella se la modella sulla propria persona. C’è chi la esegue in un’ora, chi in mezz’ora, e chi addirittura in dieci minuti, l’importante è che sia in silenzioso raccoglimento.

Mia madre, ad esempio, se la faceva in dieci minuti: le bastavano, ma dovevano essere suoi, nessuno doveva importurnarla in quei dieci minuti sacri in cui non parlava, non vedeva, non sentiva, non interagiva con niente e con nesuno. Dopo si sentiva nuova, pronta per affrontare qualunque cosa le si presentasse. Il sunnariello di mio padre invece era elastico: poteva durare un’ora o molto meno o, in casi rarissimi, anche di più. Ricordo una sua felice espressione, quando, finito il pranzo, si dirigeva verso la camera da letto dicendo: “Mo’ mi faccio due ore di sonno in venti minuti”.

Anche la mia pennichella ha la sua peculiarità: deve essere introdotta e sostenuta da una lettura piacevole, di preferenza il libro in corso di lettura.

La lettura è il mio viatico: io entro nel libro ed esco dalla mia quotidianità, eventuali problemi affrontati o da affrontare se ne vanno altrove. La mia mente diventa ampia e leggera ed il sonno la invade soavemente, e quello che è più straordinario è che non ha bisogno di sveglie, ma la mente sa a priori di quanto tempo dispone, ed esattamente in quel tempo si organizza per rigenerarsi. Dopo la pennichella è come se cominciasse un altro giorno, ne vengo fuori riformatata e piena di nuove energie da spendere. Quando, per motivi di forza maggiore, non posso concedermi questo break, per il resto della giornata sono come un coccio inservibile.

Perfino i miei portieri ormai lo sanno che c’è un orario sacro in cui è inutile chiamarmi, tanto non rispondo. Solo quelli dei call center propagandisti di cose inutili, o i venditori di assicurazione funeraria non l’hanno ancora capito, ma tanto io non rispondo.

E non rispondo nemmeno a te se ti viene in mente di chiamarmi durante questo mio momento sacro!

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