L’OTTAVA SETTIMANA

Il tema di questa settimana si vuole imporre di prepotenza, ma io mi rifiuto di parlarne, per due motivi: primo perché non c’è nulla che io possa dire sul giorno della mamma che non sia già stato detto milioni di volte; secondo, perché sono esatti quarantant’anni che la mia mi ha lasciata qui, orfana.

Quarant’anni da quel 16 gennaio, ed io continuo ad essere ed a sentirmi orfana. Pare che mi abbia lasciata per “passare a miglior vita” che poi tale miglior vita si riduce ad un ritratto in cornice sul mio comodino e ad una presenza costante ed eterna come mia interlocutrice. E non pensate che abbia smesso di ‘interloquire’: è interlocutrice nel vero senso della parola.

Questa settimana ad esempio mi ha detto “Myriam, ma cos’é quest’idea suicida?”… e pensate un po’, la tale idea suicida è perché ho deciso di fare una torta pasqualina per ogni figlio della mia discendenza, per poi partire sabato in macchina per fare le consegne nelle rispettive portinerie.

A dirla così sembra banale, ma qualcuno di voi per caso sa cosa significa, stando completamente sola, mondare lavare e cucinare undici mazzi di spinaci, processare tre chili di ricotta, trenta uova ed altri numerosi ingredienti oltre a vari strati di pasta sfoglia? E poi pulire tutto il disordine in giro? Io capisco che lei si preoccupi, ma ormai dovrebbe saperlo che quando a sua figlia viene in mente un’idea è difficile che qualcuno riesca a dissuaderla.

C’è anche il fatto che a lei la cucina non è mai piaciuta. Cucinava, e lo faceva anche bene, ma per lei non è mai stato altro che uno dei suoi mille doveri coniugali. Era molto più portata per lavori manuali e creativi. Ed a volte mi fa rabbia che le cose che ha fatto le siano sopravvissute e vivano ancora di vita propria, oltre la sua scomparsa, con tanta impudica indifferenza.

Qualche esempio? La tovaglia da tavola ricamata da lei che ora usa Nancy, pratica e distratta; la bambola di panno che ritrae una vecchietta seduta su una sedia mentre sferruzza con gli occhiali alla punta del naso e che lei definì “autoritratto”; un quadro a mezzo punto di due barche in mezzo al mare, che si esibisce su una parete del mio corridoio… io trovo di una sfacciataggine estrema che questi oggetti sfidino tempo e memoria con tanta superficialità, attraversando incolumi i decenni oltre l’esistenza di chi li ha creati.

Quando eravamo insieme non parlavamo molto, eppure nessuna presenza mi dava tanta serenità e pienezza come la sua: eravamo bravissime a farci compagnia in silenzio. Erano silenzi intensi di affetto, di comprensione e all’occorrenza di complicità.

E quando poi parlava non c’era mai retorica in quel che diceva; era una battuta ironica, un detto proverbiale che dipingeva a pennello la situazione e liberava lo spirito in una risata fragorosa. “Quanta importanza stai dando a un cavolo!”; “Addó sbatte viecchio, a casecavallo muscio…” che si traduce più o meno in “La lingua batte dove il dente duole…” “Vuommeche ‘e vecchia attaccate cu ‘e nnocche” (mi dispiace, ma questa riesco a tradurla meglio in portoghese che in italiano: “Melindres de velha enfeitados com lacinhos”…)

Ma qual era il tema di questa settimana?

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