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Buon giorno Leo.

Ho appena finito di leggere la tua croncaca del 13 luglio, “Abbiamo ancora un futuro”, e sto piangendo. Io che ho il pianto difficile, oggi sto piangendo di sollievo. Al contrario, la tua cronaca della settimana scorsa, “Il Brasile di MC Pose e Playbiel”, mi ha gettata in uno sconforto profondo, di quelli che non si risolvono piangendo, perché chi sta avendo a che fare con un adolescente incantato per questi personaggi sa che a breve termine non c’è soluzione. Solo chi ci sta dentro può capire la delusione dei genitori, dei nonni, nel constatare l’inutilità dell’insegnamento, dei buoni esempi, della buona musica in casa e nei viaggi in macchina, dei musei visitati durante tutta l’infanzia, della biblioteca di casa piena di libri che hanno alimentato generazioni. Veder sfociare tutto ciò in un tiktok di un tale MCPose o di u Playbiel da un profondo sconforto.

Il mio malessere svanisce di fronte alla tua cronaca di questa settimana, e mi fa sperare che sia tutto vero, che tu non abbia inventato questa storia edificante solo per compensarci di quella della settimana scorsa. Ed io sto piangendo di sollievo perché voglio credere che ancora oggi esistano persone come quelle che hai incontrato tu. Ma a pensarci bene, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che di gente buona, onesta, ce n’è tanta. A cominciare da quelle che lavorano a stretto contatto con noi, che da anni ci aiutano nel quotidiano, le segretarie, le collaboratrici domestiche, i nostri autisti, le persone che vediamo solo qualche ora ogni tanto. Sono persone il cui lavoro consiste nell’aver cura delle cose che compongono il nostro universo, i nostri valori, i nostri amori; trasportano, puliscono, mettono in ordine, va bene, a volte l’ordine non è esattamente quello per noi sacro, e ci sentiamo subito disorientati, ma anche se ci sembra scontato, hanno cura di noi, del nostro equilibrio pratico. Quasi sempre per raggiungere la nostra casa o il posto di lavoro affrontano ogni mattina all’alba un viaggio in condizioni non esattamente confortevoli, eppure arrivano puntualmente e ci accudiscono con attenzione e certamente con affetto.

E cosa dire della classe degli infermieri, di tutte le persone che lavorano negli ospedali? Chi non è mai stato ricoverato non può capire quel che voglio dire. Principalmente in questa emergenza pandemica questi professionisti danno quel che hanno di meglio oltre al loro professionalissimo: umanità, attenzione, cura.

C’è speranza, Leo, hai ragione. La grande maggioranza dell’umanità è composta da persone per bene, la bontà è discreta, è silenziosa, per questo non appare, mentre tutto quel che urla – anche se non sempre è cattivo -, ci disturba, ci spaventa. E se a una persona della nostra famiglia sta piacendo proprio quel mondo rumoroso ed aggressivo, ci sentiamo traditi, sconcertati, perfino falliti. Come hai lasciato intendere la settimana scorsa.

Le tue ultime due cronache, Leo Aversa, hanno portato a galla sentimenti che io mantenevo sommersi sul fondo della mia coscienza perché non mi dessero più che un fastidio superficiale, perché non mi influenzassero nel quotidiano, perché non interferissero su questo equilibrio precario tanto difficile in questa contingenza pandemica.

Facebook, instagram, tiktok, eccetera eccetera sono strumenti poderosi che mi sfidano e mi schiacciano con la certezza della mia impotenza verso la forza e la portata divulgativa che posseggono. È una forza che viene usata ugualmente per tutto quel che io considero buono, ma soprattutto per quel che mi fa paura perché non mi sembra per niente buono, ed è anche quello che è più pericoloso ai miei occhi perché incide sulle fragili menti in formazione dei giovani e giovanissimi, risucchiandoli verso un mondo di droga, sesso, violenza e volgarità.

Una delle mie frasi preferite, Leo, è che se esiste un problema, è perché esiste una soluzione, o non sarebbe un problema, ma uno stato di fatto. Quindi la mia speranza è che quello di cui ho paura ora sia solo un problema, perché in questo caso, prima o poi deve sorgere la soluzione.

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