LA SESTA SETTIMANA

Bene! È arrivato il momento di parlare di loro, i miei compagni di vita, di sogni di avventure: i libri. Diciamo la verità, ne avrei potuto parlare in qualunque momento, essendo onnipresenti nella mia vita, ma finora, settimana dopo settimana, c’è sempre stato un avvenimento che si è proposto con prepotenza alla mia riflessione.

Dunque, i libri. Dall’inizio della quarantena sono stati quattro e per coincidenza, tutti di autrici. Confesso: ho cercato di inserire un autore nel mezzo, ma la mia scelta non è stata felice, perché dalle prime pagine mi sono resa conto che non essendo interessata alla tematica la lettura non mi risultava stimolante al momento. Non nomino né autore né titolo perché non mi sembra onesto, non essendo io ricettiva nell’attuale congiuntura.

E allora cominciamo dall’ultimo letto, che è anche quello che mi ha tolto alcune notti di sonno. Si tratta di una storia dura, spietata, che non concede nulla alla speranza. Una storia contundente dalla quale nessun lettore sensibile può venir fuori indenne. Io sono sicura di essere un’altra persona dopo la lettura di questo romanzo, sono sicura che avrò altri occhi per la miseria che mi circonda. Tania Zagury è inclemente nel mettere il lettore di fronte alla sua propria insensibilità. Tania Zagury, filosofa e pedagoga, non perdona. E delle autrici di questa cronaca è l’unica che ho conosciuto personalmente, sia pure di sfuggita, perché abita accanto a mia figlia. A quarantena finita la cercherò, per approfondire l’argomento di questo suo romanzo.

Prima di lei, c’è stata Nélida Piñon. Dal suo libro cito questa frase, che mi rappresenta sotto alcuni aspetti

Valori inculcati a priori, come se altri pensassero al posto mio e non mi dessero margine per la contestazione o per la rettifica della relativa attualità

E ancora:

L’errore induce alla correzione

Bene, detto ciò, credo di non esser stata molto felice nella scelta del mio primo libro di questa rispettabilissima autrice, poiché, e chiedo molte scuse alla Signora Piñon, l’ho trovata un po’ sentenziosa e abbastanza noiosetta.

Riconosco comunque che questa quarantena non mi predispone l’animo a sterili esercizi letterari.

Prima ancora, Isabel Allende, solare, profonda e leggera allo stesso tempo, immaginazione fertile corroborata da ricerche scrupolose che ti introducono in mondi più o meno remoti, più o meno inventati, onirici eppure possibili, ottimista eppure concreta, storie solide, costruite su una grande esperienza di vita ed osservazione dell’animo umano.

Un romanzo che parte da una Spagna devastata dalla guerra civile per approdare nel suo Cile nativo, questo “Lungo petalo di mare”. Trovarvi come personaggi secondari figure note e care come Pablo Neruda e Salvador Allende, e fatti reali della storia recente, lo rendono ancora più prezioso. Sono sicura che Isabel sarebbe la compagna di viaggio ideale. Come una vecchia e cara amica, la ritrovo sempre con immenso piacere.

E per ultimo, perché la più importante, Elena Ferrante. Una scrittrice che mi prende sempre allo stomaco. Perché è viscerale, perché sa mettere il dito in tutte le ferite senza pietà. Perché sa descrivere fatti, persone, caratteri e situazioni senza mediazione, senza ammortizzatori. Nei suoi libri non c’è una sola parola superflua.

Deve avere circa la mia età e vive e descrive Napoli; una città, un’epoca, un ambiente nel quale io sono nata e mi sono formata fino al momento in cui ne sono andata via, sposandomi, ma che mi è rimasto dentro, è il mio DNA.

Indelebile ed eterno. Il romanzo che ho letto ora è il suo ultimo pubblicato, “La vita bugiarda degli adulti”. Un altro pugno nello stomaco, e come gli altri, un libro che, letta la prima pagina, non riesci ad abbandonare, e quando finisce ti senti spaesata, abbandonata. E mo???

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