TREDICESIMA SETTIMANA

La nostra vita è costellata di persone e di luoghi. Sia delle une che degli altri ci sono quelli che passano senza lasciare traccia ed altri che in qualche modo riescono a farsi ricordare. E ce ne sono altri che si distinguono come protagonisti. Non voglio parlare delle persone protagoniste nella mia vita, ma dei luoghi.

Io sono nata a Napoli, a casa della nonna Viggiuzza. Una casa che ricordo appena con l’affetto che ho per la mia Viggiuzza, ma non l’ho mai abitata, non la rimpiangerei.

Di quel che c’è stato fra la mia nascita e la casa di via Manzoni, meglio non parlare; nessun ricordo particolarmente piacevole: sono stati anni di guerra, di difficoltà, di paura.

A via Manzoni, a Posillipo, rione mitologico di Napoli, sono finalmente diventata una persona, “virei gente”, in una felice espressione brasiliana. È la casa che mi ha dato un’identità, quella in cui ho scoperto che esiste la natura e che è bella bella bella e merita rispetto.

Poi c’è stata la casa in cui sono diventata adulta, e da dove sono partita a vent’anni, quando mi sono sposata. Niente di particolare, nessun rimpianto, appena una comparsa nella mia vita, così le case che son venute dopo, tre diverse a Puerto Ordaz in Venezuela, due a Milano, due a Napoli, una a Bari.

Tante, in soli dodici anni. Poi è cominciata la mia vita brasiliana, “la casa del Morro” come la chiamavamo perché sorgeva su una collina, o Vila dos Engenheiros, a Xerém; sette anni a stretto contatto con una realtà tanto diversa da tutto quello che l’aveva preceduta, una natura prorompente e a volte spaventosa, circondati da una umanità lontana dalla mia realtà. Non è stata sempre facile la convivenza con quel luogo, non ne serbo nostalgia.

Infine sono approdata nella casa che mi ospita ormai da quarantadue anni, nido, rifugio, territorio, dominio, regno. In questi quarantadue anni si inseriscono i tredici anni di Iguaba. Una vacanza, una parentesi di svago, di vita sociale, di relazioni, con la realizzazione di due capriccetti estetici: le piastrelle riproducenti un ipotetico fondo marino fatte disegnare a soggetto per decorare la parete della doccia all’aria aperta e, più importante di tutto, sulla veranda, il quadro di piastrelle che riproduce una cartolina di Ischia, con “il fungo” e la scritta: “Saudades de Lacco”.

E siamo arrivati dove volevo per parlare di luoghi protagonisti nella mia vita: Ischia.

Questa mia isola nel sole, luogo e personaggio, sempre protagnista, mai comparsa. È il “luogo” per eccellenza, una fabbrica di ricordi, di sensazioni, di sentimenti, di nostalgie. Senza tempo. La mia vita ne è invasa, attraversata, alimentata, dall’inizio alla fine, senza soluzione di continuità, da vicino o da lontano, nel ricordo o nella realtà. Ogni volta che ci torno, e che da lontano la vedo spuntare all’orizzonte, sotto il sole o sotto la luna o perfino nella tempesta, mi scoppia nella testa la canzone di Harry Belafonte. “My island in the sun”…

Per favore, cercatela su internet, chiudete gli occhi, vivete con me questo pezzo di verde nel blu che più blu non c’è, che soffia nel cuore tutte le nostalgie, tutti i ricordi, tutti i sentimenti, tutto quello che è stato o che avrebbe potuto essere.

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